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Cardinale Martini

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IN OCCASIONE DELLA MORTE

DEL CARDINALE CARLO MARIA MARTINI

 
Messaggio del Papa   Nel Sito della Diocesi di Milano

Omelia dell'Arcivescovo Angelo Scola

   
Saluto del Cardinale Tettamanzi    
Testimonianze Una vita per la Chiesa  
  Annunciatore e testimone  
  Lampada ai miei passi la tua Parola  
L'ultima intervista    
Quasi un testamento    

 

 

MESSAGGIO DEL PAPA IN OCCASIONE DEI FUNERALI DEL CARD. MARTINI

 Cari fratelli e sorelle,

in questo momento desidero esprimere la mia vicinanza, con la preghiera e l’affetto, all’intera Arcidiocesi di Milano, alla Compagnia di Gesù, ai parenti e a tutti coloro che hanno stimato e amato il Cardinale Carlo Maria Martini e hanno voluto accompagnarlo per questo ultimo viaggio.

«Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino» (Sal 118[117], 105): le parole del Salmista possono riassumere l’intera esistenza di questo Pastore generoso e fedele della Chiesa.

 su E’ stato un uomo di Dio, che non solo ha studiato la Sacra Scrittura, ma l’ha amata intensamente, ne ha fatto la luce della sua vita, perché tutto fosse «ad maiorem Dei gloriam», per la maggior gloria di Dio.

E proprio per questo è stato capace di insegnare ai credenti e a coloro che sono alla ricerca della verità che l’unica Parola degna di essere ascoltata, accolta e seguita è quella di Dio, perché indica a tutti il cammino della verità e dell’amore.

Lo è stato con una grande apertura d’animo, non rifiutando mai l’incontro e il dialogo con tutti, rispondendo concretamente all’invito dell’Apostolo di essere «pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 4,13).

Lo è stato con uno spirito di carità pastorale profonda, secondo il suo motto episcopale, Pro veritate adversa diligere, attento a tutte le situazioni, specialmente quelle più difficili, vicino, con amore, a chi era nello smarrimento, nella povertà, nella sofferenza.

In un’omelia del suo lungo ministero a servizio di questa Arcidiocesi ambrosiana pregava così: «Ti chiediamo, Signore, che tu faccia di noi acqua sorgiva per gli altri, pane spezzato per i fratelli, luce per coloro che camminano nelle tenebre, vita per coloro che brancolano nelle ombre di morte.

Signore, sii la vita del mondo; Signore, guidaci tu verso la tua Pasqua; insieme cammineremo verso di te, porteremo la tua croce, gusteremo la comunione con la tua risurrezione. Insieme con te cammineremo verso la Gerusalemme celeste, verso il Padre» (Omelia del 29 marzo 1980).

Il Signore, che ha guidato il Cardinale Carlo Maria Martini in tutta la sua esistenza accolga questo instancabile servitore del Vangelo e della Chiesa nella Gerusalemme del Cielo.

A tutti i presenti e a coloro che ne piangono la scomparsa, giunga il conforto della mia Benedizione.

Da Castel Gandolfo, 3 Settembre 2012

BENEDICTUS PP. XVI

 su

OMELIA DEL CARDINALE ANGELO SCOLA NELLA CELEBRAZIONE DELLE ESEQUIE DEL CARD. MARTINI

 

Duomo di Milano

3 settembre 2012

 

1. «Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me» (Lc 22, 28-29). La lunga vita del Cardinal Martini è specchio trasparente di questa perseveranza, anche nella prova della malattia e della morte. Ed ora Gesù as-sicura lui e noi con lui: “Io faccio con te, come il Padre ha fatto con me”. Per lui è pronto un regno come quello che il Padre ha disposto per il Figlio Suo, l’Amato. Il fatto che non sia un luogo fisico, a nostra misura, non ci autorizza a ridurre il paradiso ad una favola. Il Cardinal Martini, che ha annunciato e studiato la Risurrezione, l’ha più volte sottolineato. Con parole tanto semplici quanto potenti San Paolo ne coglie la natura quando scrive: «Per sempre saremo con il Signore» (1Ts 4, 17). Il nostro Cardinale Carlo Maria, tanto amato, non si è quindi dileguato in un cielo remoto e inaccessibile.

Egli, entrando nel Regno partecipa del potere di Cristo sulla morte ed entra nella comunione con il Dio vivente. Per questo, in un certo vero senso, si può dire di lui ciò che Benedetto XVI ha scritto di Gesù asceso al Padre: «Il suo andare via è al contempo un venire, un nuovo modo di vicinanza a tutti noi” (cfr. J. Ratzinger, Gesù di Nazaret 2, 315).

 su Carissimi, siamo qui convocati dalla figura imponente di questo uomo di Chiesa, per esprimergli la nostra commossa gratitudine. In questi giorni una lunga fila di credenti e non credenti si è resa a lui presente.

Caro Padre, noi ora, con i molti che ci seguono attraverso i mezzi di comunicazione, ti facciamo corona. E lo facciamo perché nella luce del Risorto, garante del tuo compiuto destino, sappiamo dove sei. Sei nella vita piena, sei con noi. Questa è la nostra speranza certa. Non siamo qui per il tuo passato, ma per il tuo presente e per il nostro futuro.

 

2. «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27, 46). Il terribile interrogativo di Gesù sulla croce è in realtà implorante preghiera. Estremo abbandono al disegno del Padre. E qual è questo disegno? Che il Crocifisso incorpori in Sé tutto il dolore degli uomini. Il Figlio di Dio ha assunto tutto dell’uomo, tranne il peccato, a tal punto che la Sua drammatica invocazione finale abbraccia l’umano grido di orrore di fronte alla morte per placarlo.

Alla morte di Gesù ben si addice la preghiera del poeta Rilke: «Dà, o Signore, a ciascuno la sua morte. La morte che fiorì da quella vita, in cui ciascuno amò, pensò, sofferse» (R. M. Rilke, Das Buch von der Armut und vom Tode, Das Stundenbuch 1903). Chi muore nel Signore, col Signore è destinato a risorgere. Per questo la sua morte è un fiorire. La morte del Cardinale è stata veramente personale perché destinata alla sua personale, inconfondibile risurrezione, al suo personale modo di stare per sempre con il Signore e in Lui con tutti noi.

Niente e nessuno ci può strappare questa consolante verità. Neppure la dura, sarcastica obiezione di Adorno che liquida la preghiera di Rilke come «un miserevole inganno con cui si cerca di nascondere il fatto che gli uomini, ormai, crepano e basta» (T. W Adorno, Minima moralia, Einaudi, Torino 1988, 284). A smentirla è l’imponente manifestazione di affetto e di fede di questi giorni verso l’Arcivescovo.

 

3. Il Cardinal Martini non ci ha lasciato un testamento spirituale, nel senso esplicito della parola. La sua eredità è tutta nella sua vita e nel suo magistero e noi dovremo continuare ad attingervi a lungo. Ha, però, scelto la frase da porre sulla sua tomba, tratta dal Salmo 119 [118]: «Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». In tal modo, egli stesso ci ha dato la chiave per interpretare la sua esistenza e il suo ministero.

 su «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6, 37). La luce della Parola di Dio, sulla scia del Concilio Vaticano II, abbondantemente profusa dal Cardinale su tutti gli uomini e le donne, non solo della terra ambrosiana, è il dono attraverso il quale Gesù accoglie chiunque decide di seguirLo.

Perché – aggiunge il Vangelo di Giovanni - la volontà del Padre è che Egli non perda nulla, ma lo risusciti nell’ultimo giorno (cfr. Gv 6, 39). Dio è veramente vicino a ciascun uomo, qualunque sia la situazione in cui versa, la posizione del suo cuore, l’orientamento della sua ragione, l’energia della sua azione. Dobbiamo però definitivamente superare un atteggiamento molto diffuso circa il dono della fede. Il nostro Padre Ambrogio a proposito del Salmo scelto dal Cardinale, afferma: «Per certo quella luce vera splende a tutti. Ma se uno avrà chiuso le finestre, si priverà da se stesso della luce eterna. Allora, se tu chiudi la porta della tua mente, chiudi fuori anche Cristo. Benché possa entrare, nondimeno non vuole introdursi da importuno, non vuole costringere chi non vuole… Quelli che lo desiderano ricevono la chiarezza dell'eterno fulgore che nessuna notte riesce ad alterare» (Ambrogio, Commento al Salmo 118, Nn. 12. 13-14; CSEL 62, 258-259).

Affidare al Padre questo amato Pastore significa assumersi fino in fondo la responsabilità di credere e di testimoniare il bene della fede a tutti. Ci chiede di diventare, con lui, mendicanti di Cristo. Dolorosamente consapevoli di portare il tesoro della nostra fede in vasi di creta, gridiamo al Signore: «Credo; aiuta la mia incredulità» (Mc 9, 24).

Questo è il grande lascito del Cardinale: davvero egli si struggeva per non perdere nessuno e nulla (cfr. Gv 6, 39). Egli, che viveva eucaristicamente nella fede della risurrezione, ha sempre cercato di abbracciare tutto l’uomo e tutti gli uomini. Lo ha potuto fare proprio perché era ben radicato nella certezza incrollabile che Gesù Cristo, con la Sua morte e risurrezione, è perennemente offerto alla libertà di ognuno.

4. Oggi la Chiesa celebra la memoria del papa San Gregorio Magno. Dalla sua celebre opera La regola pastorale, il Cardinal Martini ha tratto il suo motto episcopale: «Pro veritate adversa diligere», per amore della verità, abbracciare le avversità (II, 3, 3). In questa scelta brilla lo spirito ignaziano del Cardinal Martini: la tensione al discernimento e alla purificazione, come condizioni ascetiche per far spazio a Dio e per imparare quel distacco che solo garantisce l’autentico possesso, cioè, il vero bene delle persone e delle cose.

Così il pastore che ora affidiamo al Padre ha amato il suo popolo, spendendosi fino alla fine.

 su Anch’io ho potuto far tesoro del suo aiuto fin nell’ultimo affettuoso colloquio, una settimana prima della sua morte. Nell’attitudine salvifica, pienamente pastorale, del suo ministero egli ha riversato la competenza scritturistica, l’attenzione alla realtà contemporanea, la disponibilità all’accoglienza di tutti, la sensibilità ecumenica e al dialogo interreligioso, la cura per i poveri e i più bisognosi, la ricerca di vie di riconciliazione per il bene della Chiesa e della società civile.

Nella Chiesa le diversità di temperamento e di sensibilità, come le diverse letture delle urgenze del tempo, esprimono la legge della comunione: la pluriformità nell’unità. Questa legge scaturisce da un atteggiamento agostiniano molto caro al Cardinale: chi ha trovato Cristo, proprio perché certo della Sua presenza, continua, indomito, a cercare.

 

5. Facciamo ora nostra di tutto cuore la preghiera del Prefazio di questa solenne liturgia di suffragio: «È nostro vivo desiderio che il tuo servo Carlo Maria venga annoverato nel regno celeste tra i santi pastori del tuo gregge e possa raggiungere la ricompensa di coloro con i quali ha condiviso fedelmente le fatiche della stessa missione». Pensiamo alla lunga catena dei nostri arcivescovi, soprattutto a Sant’Ambrogio e a San Carlo. Caro Arcivescovo Carlo Maria, la Madonnina, l’Assunta, con gli Angeli e i Santi che affollano il nostro Duomo, ti accompagni alla meta che tanto hai bramato: vedere Dio faccia a faccia. Amen.

Angelo Card. Scola

      + Arcivescovo di Milano

 

SALUTO DEL CARDINALE TETTAMANZI AL TERMINE DELLE ESEQUIE

 

 su Carissimi fedeli e amici tutti,

mi è difficile dire una parola in questo momento, tante sono le emozioni, tanti i ricordi che si accumulano, tante le voci ascoltate che si sono riversate in questi giorni come un fiume nel mio cuore. Sì, mi è davvero difficile parlare.

 

Il Cardinale Martini mi ha imposto le mani per la consacrazione episcopale. Lui è stato, per me come per tantissimi altri, punto di riferimento per interpretare le divine Scritture, leggere il tempo presente e sognare il futuro, tracciare sentieri per la missione evangelizzatrice della Chiesa in amorosa e obbediente docilità al suo Signore. Il cardinale Martini mi ha accolto come suo successore sulla cattedra di Ambrogio e Carlo consegnandomi il pastorale mentre mi diceva: “Vedrai quanto sarà pesante!”.

Mi è difficile parlare. Eppure vorrei in questo momento tentare di essere voce di questa Chiesa di cui il Cardinale Carlo Maria è stato, nel nome del Signore, padre, pastore, maestro, servo, intercessore, testimone della verità di Dio e della dignità dell’uomo.

 

 Che cosa dice oggi questa santa Chiesa di Milano?

 

Dice: “Noi ti abbiamo amato! per il tuo sorriso e la tua parola, per il tuo chinarti sulle  nostre fragilità e per il tuo sguardo capace di vedere lontano, per la tua fede nei giorni della gioia e in quelli del dolore, per la tua arte di ascoltare e di dare speranza a tutti: a tutti!” .

 

 su Dice ancora questa Chiesa di Milano: “Noi ti amiamo e di fronte al mistero della morte professiamo la nostra fede nella Risurrezione e nella Comunione dei Santi, che non separa coloro che si amano ma li chiama a una più alta partecipazione alla gloria di Dio. Noi ti amiamo e sappiamo che ci sei e ci sarai vicino: sempre!”.

 

Dice di nuovo la nostra Chiesa: “Noi diamo lode a Dio insieme con te: ‘Benedetto il Signore, il Dio di Israele, che ha visitato e redento il suo popolo’. Noi diamo lode a Dio che ti ha donato di vivere secondo il tuo motto di Vescovo Pro veritate adversa diligere e che ti ha chiamato ad entrare ora nella gioia senza ombre attraversando nella fede e nella speranza la fatica del soffrire e del morire”.

 

“Noi ti abbiamo amato, noi ti amiamo, noi ci uniamo ora al tuo canto di lode. Continua a intercedere per tutti noi”.

 

+ Dionigi card. Tettamanzi

 

Vengono qui riportati alcuni testi tratti dalle pagine pubblicate nel sito della Diocesi di Milano sul Cardinal Carlo Maria Martini in occasione della sua morte.

 

LA BIOGRAFIA

UNA VITA PER LA CHIESA

 

Eletto arcivescovo di Milano il 29 dicembre 1979, viene consacrato in San Pietro da papa Giovanni Paolo II il 6 gennaio successivo; il 10 febbraio 1980 fa il suo ingresso ufficiale nella Diocesi ambrosiana. Ripercorriamo la sua vita

Nato a Torino il 15 febbraio 1927, il giovane Carlo Maria Martini a soli nove anni comunicò ai suoi familiari la decisione di diventare gesuita. Terminato il liceo, nel luglio del 1944 conseguì la maturità. «Sul finire dell’estate – ricordava Maris Martini – Carlo parlò con papà della sua vocazione e dell’intenzione di entrare in seminario dai Gesuiti. La mamma invece, sapeva da tempo di questa decisione». Il 25 settembre 1944, entra nella Compagnia di Gesù, dove compie il curriculum di filosofia e teologia.

Il 13 luglio 1952 viene ordinato sacerdote a Chieri (To). Qualche anno più tardi, nel 1958, consegue la laurea in teologia fondamentale alla Gregoriana di Roma con una tesi dal titolo “Il problema storico della Risurrezione negli studi recenti”, proseguendo poi gli studi in Sacra Scrittura, perfezionandoli anche all'estero.

 su Il 2 febbraio 1962 pronuncia la solenne professione di fede e nello stesso anno gli viene assegnata la cattedra di critica testuale al Pontificio istituto biblico di Roma. Diventa rettore dello stesso per qualche anno. Di questa scienza padre Martini era studioso di fama mondiale, unico cattolico a essere ammesso nel prestigioso comitato internazionale che lavorava al testo critico del Nuovo Testamento, che si andava predisponendo per le traduzioni bibliche in tutto il mondo e che fu pubblicato nel Greek New Testament. Di lì a poco, nel 1978, Martini passò a reggere la Pontificia Università Gregoriana. Lo stesso anno, per la Quaresima, viene invitato dal Papa a predicare il ritiro quaresimale in Vaticano: sarà l’ultimo di Paolo VI.

Il 29 dicembre del 1979 Giovanni Paolo II lo elegge alla cattedra episcopale di Milano e subito dopo, il 6 gennaio del 1980, viene consacrato vescovo, in San Pietro. Nel novembre del 1980, il vescovo Martini avvia, a Milano, l’esperienza della Scuola della Parola: il progetto consiste nell’aiutare il popolo di Dio, in particolare i giovani, ad avvicinare la Scritture attraverso il metodo della lectio divina. Il 2 febbraio 1983 il Papa lo crea cardinale con il titolo di Santa Cecilia.

Dal 1984 al 1985 è presidente del comitato organizzatore del convegno ecclesiale di Loreto. Nel 1986, durante la sedicesima assemblea svoltasi a Varsavia, viene eletto presidente del Consiglio delle Conferenze episcopali europee (Ccee). Assume tale mandato durante la Pasqua del 1987 e lo mantiene fino al 1993.

Nel novembre del 1986, nel corso di un convegno diocesano sul tema “Farsi prossimo”, viene lanciata l’iniziativa delle scuole di formazione per un impegno sociale e politico sempre più ampio (a scuola di carità politica).

Il 17 gennaio 1989, riceve la Laurea “honoris causa”, dalla Pontificia Università Salesiana di Roma per il suo programma pastorale sull’“educare”.
Il 4 novembre 1993, Martini convoca il Sinodo diocesano, che si concluderà il 1° febbraio 1995.

Nel 1997 presiede le diverse manifestazioni indette per celebrare il sedicesimo anniversario della morte di S. Ambrogio, patrono della diocesi di Milano. Nell’ottobre del 1999 partecipa come membro al Sinodo dei vescovi europei.

Il 27 ottobre 2000 riceve il premio Principe de Austrias in Scienze sociali a Oviedo (Spagna).

Il 23 novembre 2000 viene nominato da Giovanni Paolo II, Accademico onorario della Pontificia accademia delle scienze.

 su  

Il 28 giugno 2002 riceve la Grande Medaglia d’oro del Comune di Milano.
L’11 luglio 2002, il Santo Padre accetta le sue dimissioni ai sensi del canone 401 del CJC.

 

Il progetto del cardinal Martini è di riprendere gli studi biblici, questa volta in un luogo speciale a lui molto caro: Gerusalemme.

Nel 2005 ha partecupato come cardinale elettore al Conclave del 2005 che ha eletto papa Joseph Ratzinger, futuro Benedetto XVI.

L’11 giugno 2006 riceve la Laurea honoris causa in filosofia dall'Università ebraica di Gerusalemme.

Nel 2008, per motivi di salute, il cardinal Martini ha dovuto lasciare Gerusalemme e rientrare in Italia. Come nuova residenza ha scelto l'Aloisianum di Gallarate, in provincia di Varese.

Nel giugno scorso, in occasione del VII Incontro mondiale delle Famiglie, ha avuto un breve colloquio con Benedetto XVI.

 

IL PROFILO

ANNUNCIATORE E TESTIMONE

di monsignor Paolo SARTOR

 

Lo ricordano e lo piangono sia persone appartenenti alla Chiesa, sia quanti si definiscono non cristiani o non credenti

Un vescovo capace di farsi ascoltare anche da chi non entrava in chiesa. Un pastore divenuto punto di riferimento per molti che non lo avevano mai incontrato di persona. Nelle ore che seguono la scomparsa del card. Carlo Maria Martini colpisce l'ampiezza del cordoglio e il fatto che a piangere il presule siano persone appartenenti alla Chiesa ma anche altre che si definiscono non cristiane o non credenti. Qual è la ragione? Alcuni interventi degli ultimi anni potrebbero far pensare alla sintonia su tematiche che stanno a cuore a tanti. Va però ricordato come negli anni del suo ministero episcopale a Milano Martini sia stato ascoltato e apprezzato anche dai fedeli semplici. Il motivo di questa efficacia comunicativa stava probabilmente in due fattori: l'attenzione a proporre la parola di Dio in modo accessibile, la capacità di farsi percepire in sintonia con i problemi di chi lo ascoltava. Due elementi fra loro non alternativi: piuttosto le facce di una stessa medaglia, le componenti di una stessa figura, quella dell'annunciatore del Vangelo per l'oggi. Cui si può aggiungere la coerenza tra il discorso e la vita, cioè il fatto che nel Martini predicatore, catechista, conferenziere... molti hanno riconosciuto un vero testimone di Cristo.

 

Il lettore della Parola

 

 su Anzitutto la parola di Dio. Anche quando non teneva omelie vere e proprie, il cardinale Martini era solito partire da una pagina biblica, utilizzando un versetto o un’immagine come “icona” alla luce della quale lasciarsi illuminare per trattare l’oggetto del discorso. A maggior ragione nella predicazione liturgica, che di natura sua è chiamata a farsi eco delle letture proclamate.

Molti hanno ascoltato per la prima volta Martini annunciare il vangelo dopo la sua nomina episcopale e il suo arrivo a Milano nel 1980. Ma questo è solo il secondo periodo della sua predicazione. Il biblista gesuita era stato preparato al ministero di vescovo dall'esperienza di docente e da quella di guida di ritiri ed esercizi spirituali (nel 1978 predicò davanti al Papa, in Vaticano). Con una innovazione significativa rispetto al metodo ignaziano: in luogo del semplice richiamo ad alcuni episodi scritturistici, egli proponeva ampi itinerari e testi biblici, affrontati avvalendosi del metodo monastico della lectio divina. Un metodo semplificato e adattato per l'oggi, ma in ogni caso capace di far compiere un autentico cammino spirituale a partire dalla Parola.

Fin dalla sua seconda lettera pastorale (In principio la Parola, 1981), l'Arcivescovo insegnava che per annunciare la buona notizia occorre «manifestare un'accoglienza di essa maturata a lungo nel cuore e coltivata incessantemente nel quotidiano cammino della fede». E ai sacerdoti ripeteva che di fronte a un testo biblico «io non devo farmi subito la domanda "che cosa dirò su questo testo?", ma "che cosa dice il testo?", perché spesso, ad una prima lettura, non lo capisco. Poi "che cosa dice a me?": e qui sono necessarie la riflessione e la preghiera, cioè meditare sul testo. Solo a partire da questa mia esperienza ho qualcosa da dire alla gente».

 

L'interlocutore attento

 

 su E' interessante non solo il fatto che Martini si sia riferito costantemente alla Bibbia, ma il modo in cui egli ha attuato tale riferimento. Lo studioso professionista - e studioso di critica testuale, il settore più tecnico delle scienze bibliche - proponeva i testi biblici dando all'uditore la possibilità di trovarcisi come in un paese familiare mediante l'impiego di alcuni espedienti di lettura: lo sguardo sui personaggi, l'attenzione alle loro azioni e ai loro atteggiamenti, l'identificazione delle parole-chiave del brano, la domanda relativa al possibile messaggio del testo in sé e "per noi". Passo passo, quasi senza accorgersene, il lettore veniva condotto a mettersi in gioco, scoprendo il fianco alla potenzialità che ha la divina Parola di trafiggere e convertire.

Spiegava l'allora Arcivescovo che è decisivo «evitare di rovesciare sulla gente nozioni, vocaboli, metodologie incomprensibili e di giocherellare su pochi concetti, magari con immagini un po' affascinanti, che però non sono buona notizia». Martini cercava di far percepire le letture proclamate nell'assemblea ecclesiale come buona notizia per l'oggi. La predica come attualizzazione, dunque. Non nel senso che il predicatore debba far diventare comprensibile con artifici retorici una Parola altrimenti irrimediabilmente fissata nel passato, ma che egli è chiamato a mostrare come sia davvero "attuale" e "attiva" la Scrittura proclamata nella liturgia, in quanto «parola di Dio che opera efficacemente in voi che credete», come insegna san Paolo nella prima delle sue lettere (1Ts 1,13). E' non è un caso che i maggiori predicatori del nostro tempo - Paolo VI, Martini, Benedetto XVI - si richiamino al paradigma dell'apostolo Paolo nel ripensare il loro essere servitori del vangelo.

Colpisce in questa linea un'acuta osservazione del presule. Parlando di alcuni grandi Padri della Chiesa, Martini notava che spesso possono apparire datati. Ma non si tratterebbe di un limite reale: «Sembrano datati a noi perché nel loro tempo risultavano attuali, capaci di parlare a chi allora li ascoltava». Anche il card. Martini è stato un predicatore del suo - del nostro - tempo, senza la pretesa di dir cose valide sempre e in ogni luogo, ma appunto per questo accolte dai contemporanei come annuncio, interrogazione, consolazione, insegnamento, richiamo... adeguato all'esistenza odierna.

 su Ecco allora il ricomporsi nel pastore ambrosiano delle apparenti contrapposizioni fra tradizione e contemporaneità, fra ascolto della Parola e attenzione ai bisogni di oggi, fra rivelazione e fede, fra vangelo e cultura, fra Chiesa e mondo. Quel rapporto intimo tra realtà e polarità fondamentali cui altri giungono a partire da prospettive filosofiche o teologiche, Martini lo aveva colto come studioso della Scrittura, come predicatore gesuita, come prete e vescovo chiamato a comunicare il vangelo ai fedeli.

 

Il testimone

 

Negli ultimi anni Martini si dedicò a incontri e ritiri al clero, alle risposte ai lettori dei giornali, a qualche breve intervento videoregistrato. La parola si affievoliva, e spiccavano sempre più il bel volto, gli occhi luminosi, il sorriso reso fisso dalla malattia. Fu la terza grande stagione della predicazione martiniana, dopo l'epoca degli esercizi spirituali e quella delle omelie in Duomo. Una stagione quasi senza parole, quasi senza uditorio fisico; eppure non senza sintonia con molti, credenti e non credenti.

E' capitato a Martini quello che era accaduto a Giovanni Paolo II, di cui alcuni scoprirono la grandezza quando il Papa sano, sportivo, in grado di girare il mondo, di comunicare in molte lingue, di cantare e parlare con voce forte, lasciò il posto a una anziana figura paterna, incurvata, irrigidita, bisognosa di sostegno.

A tanti papa Wojtyla parlò dal seggio della sofferenza più che dalla cattedra pontificale.

Il cardinale Carlo Maria Martini sapeva bene che l'annunciatore comunica con la vita prima che con le parole.

Lo aveva espresso in molte occasioni con lucidità, per esempio in un corso di esercizi pubblicato nel 1986, Il predicatore allo specchio: «Meditare sul predicatore - spiegava Martini - vuol dire meditare sull’autenticità della vita del prete, e poi anche della vita del cristiano, anzi della vita dell’uomo, di colui che ha raggiunto in se stesso quel grado di integrazione umana per cui, avendo un tesoro dentro, può trarne cose antiche e cose nuove».

LA FIGURA

LAMPADA AI MIEI PASSI LA TUA PAROLA...

di Giuseppe Grampa

 

 su Il Cardinale Carlo Maria Martini ha più volte manifestato il desiderio che sulla sua tomba ci fossero le parole del salmo 118 [119]

Il morbo di Parkinson che aveva colpito il cardinale Martini già nell’ultimo periodo di episcopato a Milano, a poco a poco, ha devastato il suo corpo lasciando intatte l’intelligenza, la memoria, lo sguardo.

 

Ho avuto la grazia in questi anni, prima a Gerusalemme e poi a Gallarate con don Barbareschi, di incontrare tante volte il Cardinale e, a poco a poco, abbiamo constatato le inesorabili conseguenze del male che lo ha progressivamente privato della parola, ridotta a un soffio appena percettibile e poi dei movimenti.

Ma ancora lo scorso giugno abbiamo potuto insieme celebrare l’Eucaristia. Un’altra volta ricordo ci ha parlato proprio di quella progressiva passività che è la malattia e del suo esito estremo, la morte. Ma aggiungeva solo la morte offre ad ognuno di noi la suprema occasione per affidarci pienamente a Dio come una grande cascata di acqua si getta nel fiume.

Ma aggiungeva, confessando le sue paure, spero che in quell’ultima ora ci sia una mano che tiene stretta la mia mano come a vincere i fantasmi dell’ultima ora per affidarmi senza scampo e senza riserve al Signore.

Ha avuto in tutti questi anni la mano amica dei suoi famigliari, dei confratelli gesuiti, di tanti amici e soprattutto di don Damiano, una presenza filiale piena di dedizione.

Dopo l’emozione di queste ore la memoria ripercorrerà gli ottantacinque lunghi anni della sua esistenza e soprattutto gli anni milanesi, anni dominati dalla passione per la Parola di Dio. Questo è stato davvero il suo grande esclusivo amore fin dalla fanciullezza.

 su Il Cardinale voleva che sulla sua tomba ci fossero le parole del salmo: «Lampada ai miei passi la tua parola, luce al mio cammino». E in quest’ora che ci priva di una presenza davvero illuminante, risplenda la gratitudine perché sulla nostra strada ha tenuto accesa la lampada della Parola, fino a quando si leverà la stella del mattino.

 

L’ULTIMA INTERVISTA

Padre Georg Sporschill, il confratello gesuita del card. Martini che lo intervistò in Conversazioni notturne a Gerusalemme, e Federica Radice (l’interprete fra i due gesuiti) lo hanno incontrato l'8 agosto: “Una sorta di testamento spirituale. Il cardinale Martini ha letto e approvato il testo”. Il card. Martini voleva che l'ultima intervista “fosse inserita nel testamento”; ”… non un attacco alla Chiesa, ma un atto d’amore”.

 

Come vede lei la situazione della Chiesa?

«La Chiesa è stanca, nell'Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l'apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi? (...) Il benessere pesa. Noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell'istituzione».

 

Chi può aiutare la Chiesa oggi?

«Padre Karl Rahner usava volentieri l'immagine della brace che si nasconde sotto la cenere. Io vede nella Chiesa di oggi così tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell'amore? Per prima cosa dobbiamo ricercare questa brace. Dove sono le singole persone piene di generosità come il buon samaritano? Che hanno fede come il centurione romano? Che sono entusiaste come Giovanni Battista? Che osano il nuovo come Paolo? Che sono fedeli come Maria di Magdala? Io consiglio al Papa e ai vescovi di cercare dodici persone fuori dalle righe per i posti direzionali. Uomini che siano vicini ai più poveri e che siano circondati da giovani e che sperimentino cose nuove. Abbiamo bisogno del confronto con uomini che ardono in modo che lo spirito possa diffondersi ovunque».

 

 su Che strumenti consiglia contro la stanchezza della Chiesa?

«Ne consiglio tre molto forti. Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento, cominciando dal Papa e dai vescovi. Gli scandali della pedofilia ci spingono a intraprendere un cammino di conversione. Le domande sulla sessualità e su tutti i temi che coinvolgono il corpo ne sono un esempio. Questi sono importanti per ognuno e a volte forse sono anche troppo importanti. Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale. La Chiesa è ancora in questo campo un'autorità di riferimento o solo una caricatura nei media? Il secondo la Parola di Dio. Il Concilio Vaticano II ha restituito la Bibbia ai cattolici. (...) Solo chi percepisce nel suo cuore questa Parola può far parte di coloro che aiuteranno il rinnovamento della Chiesa e sapranno rispondere alle domande personali con una giusta scelta. La Parola di Dio è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti (...). Né il clero né il Diritto ecclesiale possono sostituirsi all'interiorità dell'uomo. Tutte le regole esterne, le leggi, i dogmi ci sono dati per chiarire la voce interna e per il discernimento degli spiriti. Per chi sono i sacramenti? Questi sono il terzo strumento di guarigione. I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate. Questi hanno bisogno di una protezione speciale. La Chiesa sostiene l'indissolubilità del matrimonio. È una grazia quando un matrimonio e una famiglia riescono (...). L'atteggiamento che teniamo verso le famiglie allargate determinerà l'avvicinamento alla Chiesa della generazione dei figli. Una donna è stata abbandonata dal marito e trova un nuovo compagno che si occupa di lei e dei suoi tre figli. Il secondo amore riesce. Se questa famiglia viene discriminata, viene tagliata fuori non solo la madre ma anche i suoi figli. Se i genitori si sentono esterni alla Chiesa o non ne sentono il sostegno, la Chiesa perderà la generazione futura. Prima della Comunione noi preghiamo: "Signore non sono degno..." Noi sappiamo di non essere degni (...). L'amore è grazia. L'amore è un dono. La domanda se i divorziati possano fare la Comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

 

Lei cosa fa personalmente?

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. Io sono vecchio e malato e dipendo dall'aiuto degli altri. Le persone buone intorno a me mi fanno sentire l'amore. Questo amore è più forte del sentimento di sfiducia che ogni tanto percepisco nei confronti della Chiesa in Europa. Solo l'amore vince la stanchezza. Dio è Amore. Io ho ancora una domanda per te: che cosa puoi fare tu per la Chiesa?». 

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QUASI UN TESTAMENTO

 

L’8 settembre 2002, in occasione della festività della Natività della Beata Vergine Maria, il cardinale Martini pronunciava in Duomo la sua ultima omelia come arcivescovo di Milano. L’aveva intitolata “Vi porto nel  cuore”: oggi assume quasi il tono di un testamento spirituale. Ecco come terminava.

“Ai miei fedeli raccomando in particolare l'amore della Scrittura e la pratica della lectio divina, mentre ai cristiani di tutte le confessioni affido la speranza dell’unità della Chiesa e di una ritrovata comunione nella molteplicità dei doni di Dio, che permetta un dialogo fruttuoso tra le religioni e una rinnovata amicizia col popolo delle promesse. A tutti dico: amatevi gli uni gli altri, così vivrete nella giustizia, nel perdono e nella pace. Il nostro maggiore contributo alla pace in un mondo gravido di conflitti e di minacce di nuovi assurdi conflitti nascerà da un cuore che anzitutto vive in sé stesso il perdono e la pace. Servitevi con amore a vicenda facendovi  prossimi a tutti, perché chi rende il più piccolo servizio al minimo di tutti i fratelli lo rende non solo al mistero della dignità umana ma a ciò che la fonda, cioè al mistero di Gesù”.

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